mutande, asciugamani e camicie che piangono
lente lacrime sporche.
(P. NERUDA, Walking Around, in Residenza sulla terra, 1931-35)
Dal cielo grigio si intravede una luce tenue, speranza per l'avvento dell'“uomo nuovo”.

Esposizione di alcuni dipinti al Bar Cardillac (Via degli Alfani, 57 r, FI) prevista per tutto il mese di maggio. Inaugurazione giorno 8 maggio alle ore 19.00.
Il titolo della esposizione, “POESIA DEL QUOTIDIANO. Dipinti di Eugenio Alfano”, richiama espressamente i due elementi presenti in tutte le opere: la poesia e i fatti quotidiani, «E quel che ha un nome vile/è un'assai gentil cosa/nelle mie stampe accolta» (L'incisore, da Preludio e canzonette, di U. Saba).
Un omaggio quindi alla poesia che si eleva a musa ispiratrice. La “trasposizione visiva” di alcune poesie del XX sec rappresenta uno spunto per poter parlare delle problematiche attuali dell'uomo e della realtà che lo circonda. Molti i poeti espressamente citati nelle didascalie, tra i quali Pier Paolo Pasolini, Umberto Saba, Baudelaire, Pablo Neruda, Jorge Luis Borges. Soprattutto uno dei più importanti poeti italiani attuali, Gianni D'Elia, del quale sarà presente uno scritto inviato personalmente ad Eugenio Alfano, che ha ad oggetto l'analisi di un suo dipinto (“Finestra sulla realtà”).
I lavori coniugano un tratto pittorico preciso e dal sapore metafisico a temi concettuali legati alla realtà sociale e psicologica.
Il percorso tematico è preciso e parte proprio dalle problematiche dell'uomo, con il suo malessere, la sua “follia contemporanea” (M. Foucault), i suoi rapporti di coppia e sociali; per poi toccare problematiche più generali: l'inquinamento, le morti bianche, l'ingiustizia sociale, la corruzione e le contraddizioni del Sud e dell'Italia in generale, la parte di giustizia che lotta contro la mafia e quella malata e corrotta, la frenetica guerra al terrore.
Queste problematiche, aggiunte ad un senso di smarrimento per la perdita dei vecchi valori da una parte, e ad un senso di paura collettiva dall'altra («E’ un terrore cosmico, un’istantanea insicurezza, l’universo che crolla e si dissolve. E intanto, la terra risuona d’un sordo tuono, con una voce che nessuno le conosceva», da Confesso che ho vissuto, di P. Neruda), porta ad auspicare la nascita di nuovo umanesimo, di un nuovo uomo portatore di una nuova coscienza. Il tutto si chiude infatti con il dipinto “Rinascita”, che richiama i versi di Pablo Neruda: “e cortili dove c'è biancheria appesa a un filo:/mutande, asciugamani e camicie che piangono/lente lacrime sporche”. Rappresenta il lavarsi, il pulirsi da tutti i valori attuali, il fare “tabula rasa” degli attuali valori malati, dentro e intorno a sé, e fondare una nuova coscienza.

"la tierra es una fruta negra que el cielo muerde"
(Tengo miedo, da Crepusculario, di P. Neruda)
[Italia, frammento orfico]
(138, XI)
Come venimmo a così persi tempi,
che nemmeno il morire è più concesso,
il diritto d’andarsene nei tempi,
oltre lo spazio dell’Italia ossesso?
Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro,
l’uno cosciente e schiavo della pompa,
l’altra incosciente d’un volere chiaro,
stelle comete della propria tomba…
E intorno un coro d’avvoltoi raro,
certe facce sbiancate dai livori,
il dovere di vita vaticano,
di tutti i Monsignori e Lorsignori.
Non affoghiamo nel lievito pravo
dei farisei che ci vogliono cloni,
sotto la dittatura del più bravo
a mischiare milioni e confessioni.
Nella melma del perverso italiano
tempo del Papa Re e del Caimano,
noi vediamo bruciare la cometa
della vita, che alla morte si piega,
della morte, che la vita ha già intesa,
la lunga coda della propria attesa,
se dal male la vita è stata lesa,
perché almeno la fine non sia presa.
Eluana agli sciacalli non si è arresa,
a questa gente che ci affama e asseta.
Gianni D'Elia
*
Espressione usata da Baudelaire nel saggio “Edgar Poe, la sua vita e le sue opere”
(Opere, Meridiani Mondadori, 1996, pagina 795), a proposito del suicidio di Nerval;
il diritto di andarsene, cioè di morire:
“In mezzo all’enumerazione abbondante dei diritti dell’uomo che la saggezza del XIX secolo
ricomincia da capo così spesso e con tanta compiacenza, due diritti molto importanti sono stati dimenticati:
il diritto di contraddirsi e il diritto di andarsene.
Ma la Società considera colui che se ne va come un insolente;
essa castigherebbe volentieri certe spoglie funebri come quello sventurato soldato
in preda a vampirismo che la vista di un cadavere esasperava fino al furore.”
Traduzione di Giuseppe Montesano
(Fontana chiara, E. Alfano)
A P e M,
che lavorano
E le chiamano morti bianche,
ma non dovrebbero chiamarle
piuttosto, morti tante, tante, tante…
(La ballata dell'invalido, di Gianni D'Elia)
“L'Italia è una Repubblica democratica,
fondata sul lavoro”
(art.1 Cost)
La Repubblica italiana fonda le proprie radici sul lavoro, in primis sul diritto al lavoro e quindi su tutta una serie di diritti (alla sicurezza, alla pensione, alla salute...).
Uno Stato che ha una media di 3,5 morti sui posti di lavoro al giorno, viene meno al proprio fondamento, al proprio pilastro, alla propria natura democratica. Ecco allora la mia interpretazione evolutiva dell'articolo 1 della Costituzione: la personificazione scultorea della Repubblica che stringe tra le mani la Costituzione, una Repubblica rivolta al lavoro, che si fonda sul lavoro, ma che è sorda e non riesce a garantirne i diritti fondamentali. Per tale motivo volta le sue spalle a una lapide, simbolo delle numerose morti bianche, su cui il candido giglio dell'innocenza rimane solo, sfiorito, sgualcito a rappresentare quelle voci inascoltate, quei pianti e quella rabbia di coloro che rimangono, di coloro che hanno perduto i propri cari, e che nessuno e niente potrà ripagare.
Sullo sfondo, sono raffigurati gli elementi essenziali del lavoro: una fabbrica e altri edifici industriali, espressione dei gravi danni alla salute cui possono essere esposti gli operai nel tempo; un edificio in costruzione con una scala (l'idea principale era una impalcatura, ma poi ho pensato alla scala perché rappresenta maggiormente il livello di insicurezza sui posti di lavoro). Infine, in secondo piano un treno, lavoro molto ambito soprattutto in passato, ma espressione anche di quel fenomeno che è l'emigrazione, tema a me molto caro, essendo figlio di emigranti ed emigrante io stesso!