
lunedì 16 giugno 2008
SCACCO MATTO

venerdì 9 maggio 2008
RINO GAETANO E IL VIAGGIO NEL SUD

Il cantautore nasce a Crotone nel 1950, ma si trasferì a Roma a dieci anni per motivi di lavoro dei genitori. Il trasferimento nella Capitale e il futuro successo non cambiano però il giovane Rino, che resta saldamente ancorato alle sue radici. Dimostrazione di ciò è il fatto che in ogni suo album è presente il richiamo al Sud, al mare, alla Calabria; basti pensare a “Ad esempio a me piace il Sud” e “Agapito Malteni il ferroviere” (1974), “Cogli la mia rosa d’amore” e “Al compleanno della zia Rosina” (1976), “Fontana chiara” (1977), “E cantava le canzoni” (1978), “Anche questo è Sud” (1979) come canzoni edite. Nel 1967 (all’età di soli 17 anni) scrive “La ballata del meridionale trapiantato”, una delle sue prime composizioni che parlino del Sud e fortemente autobiografica.
Il Sud diviene luogo delle sensazioni, dell’anima, ma al tempo stesso luogo di contraddizioni sociali, di eterni problemi, primo fra tutti l’emigrazione.
Viaggio simbolico.
In Ad esempio a me piace il Sud R. G. descrive le suggestioni paesaggistiche nelle quali si anima un mondo contadino ancestrale (“Camminare con quel contadino/Che forse fa la stessa mia strada/
parlare dell'uva”), ricco di tradizioni arcaiche (“la donna nel nero nel lutto di sempre”), di dure realtà e di disuguaglianze senza tempo (“parlare del vino/che ancora è un lusso per lui che lo fa”).
E’ un luogo dell’anima, attraverso il quale ripercorrere i simboli “pascoliniani” e le sensazioni della sua infanzia attraverso le verità agro-dolci del Meridione. Sembra che emerga un’immagine, un dipinto impressionista: “Ad esempio a me piace la strada/col verde bruciato, magari sul tardi/macchie più scure senza rugiada/coi fichi d'India e le spine dei cardi”. Stesso tono e significati usati in altre due bellissime canzoni: Cogli la mia rosa d’amore e Anche questo è Sud. Nella prima è proprio il Sud che si rivolge ad un fotografo, chiedendogli di fotografarne non solo le contraddizioni ma anche le bellezze (“Cogli la mia rosa d'amore/regala il suo profumo alla gente/cogli la mia rosa di niente”): anche qui il cantautore ritorna con la mente ai simboli e alle tradizioni di paese (“Cogli i muri bianchi di calce /la festa del Santo il giorno del pianto”). Nella seconda è come se ritornasse nei luoghi dell’infanzia e descrive il tutto con un linguaggio più poetico ed espressionistico: “vecchi gozzi alla deriva si preparano alla pesca/con le reti rattoppate nella stiva /l'onda avanza a passi nani agonistica col molo/mentre il vento già scommette coi gabbiani//E’ il crepuscolo sul mare rosso il cielo va a brunire/e qualcuno si avvicina alle lampare”.
Infine la strumentale Fontana chiara, le cui uniche parole sono “Fontana chiara/un poco dolce un poco amara”: pochissime parole (quasi una poesia ermetica) per esprimere le bellezze e le contraddizioni del Meridione.
Emigrazione.
Un tema che sta a cuore al cantautore calabrese, figlio egli stesso di emigranti. Fortemente autobiografica infatti è una sua canzone inedita mai incisa: La ballata del meridionale trapiantato (“Sul mare sei nato tu in una città del Sud/la lasciasti un giorno e poi non ci sei andato più”). La mancanza della sua terra natia era troppo forte e quindi quando poteva tornava:“Molti amici avevi tu solo pochi son rimasti/tutti gli altri son partiti ora non ci sono più//Ma come ricordi bene/molti ricordano il borgo natio/non certo come fai tu”. Questo senso di diversità del suo amore per il Sud, lontano dall’oleografia e dai luoghi comuni degli emigranti è espresso nel ritornello di Ad esempio a me piace il Sud: “Ma come fare non so/Si devo dirlo ma a chi /Se mai qualcuno capirà/sarà senz'altro un altro come me”.
«Ho fatto vari pezzi che parlano della emigrazione, ma ho sempre inserito questa piaga nel più vasto e alienante concetto dell’emarginazione e soprattutto non ho mai dipinto l’emigrante nella solita e trita iconografia (occhi lucidi, valigia di cartone e mamma in nero) cercando di cogliere maggiormente il travaglio dei suoi stati d’animo e dei suoi affetti» (R. Gaetano). Anche l’emigrante (e lo stesso cantautore quindi) guarda al Sud lasciato come un ritorno alle radici, ai ricordi, agli affetti. Ed è questo il senso di E cantava le canzoni: protagonisti del brano sono l’emigrante, il mercenario e il produttore. Tutti hanno in comune il fatto di lasciare il Sud (“E partiva l'emigrante e portava le provviste/due o tre pacchi di riviste”, “E partiva il mercenario con un figlio da sfamare/e un nemico a cui sparare”, “E partiva il produttore con un film da girare/e un azienda da salvare”), e per sentire meno la lontananza da casa e dalle donne cantavano le canzoni che sentivano sempre quando erano al mare. Per il ritornello il cantautore usa il dialetto per confermare il suo rapporto con il Sud e con le proprie origini (“E cantava le canzoni/che sentiva sembre a lu mare”). Il brano ricorda molto Il porto di Livorno del cantautore livornese Piero Ciampi, ammirato e stimatissimo dallo stesso Gaetano, il quale considerava tra l’altro
Un richiamo all’emigrazione è fatto anche in Cogli la mia rosa d’amore: “Cogli il suo figlio in Germania/la miniera il carbone a Natale verrà”. E’ il dramma delle famiglie meridionali che vedono partire i propri figli in cerca di fortuna e che aspettano le festività per poterli riabbracciare.
Brano sull’emigrazione è infine Agapito Malteni il ferroviere (“Agapito Malteni era un ferroviere/viveva a Manfredonia giù nel Tavoliere”). E’ la storia tragica e commovente di questo ferroviere che stanco di vedere la propria gente partire, lasciare il “suo paesello”, emigrare in cerca di lavoro, abbandonando i propri campi per andare a lavorare in miniera o in fabbrica (“lasciando la sua falce/in cambio del martello”). Quindi decise di ribellarsi e pensò di manomettere la locomotiva (“Una tarda sera partì da torre a mare/doveva andare a Roma e dopo ritornare/pensò di non partire o pure senza fretta/di lasciare il treno a Barletta”). Nel personaggio di Agapito Malteni si legge la figura dell’antieroe, del ferroviere ben diverso dal protagonista anarchico de La locomotiva di Guccini, che lancia la sua locomotiva come una bomba contro le ingiustizie e le disuguaglianze.
BIBLIOGRAFIA
- Silvia D‘Ortenzi, Rare tracce (2007)
- Massimo Cotto (a cura), Ma il cielo è sempre più blu (2004)
- Alfredo del Curatolo, Se mai qualcuno capirà Rino Gaetano (2004)
domenica 2 marzo 2008
INSOMNIA O NOCHE PRIVADA
che mi hanno regalato
un pezzettino
del loro mondo
“De fierro,
de encorvados tirantes de enorme fierro, tiene que ser la noche,
para que no la revienten y la desfonden
Las muchas cosas que mos abarrotados ojos han visto,
las duras cosas que insoportablemente la pueblan.”
(J. L. Borges, Insomnia)
“Buio d’inferno e di notte privata”
(Dante, Purgatorio XVI, I)
“Ah, come solo in un lampo
Di mortaretto si placa,
se squarcia il Buio d’inferno
un incanto di notte privata”
(Gianni D’Elia, Notte privata)
Tutto tace, tutto è calmo, è pacato, sereno, ma è una calma apparente, ambigua. La frenesia del giorno si riversa immancabilmente nella notte, gravata dall’onere di sorreggere le “dure cose che insopportabilmente la popolano”: i valori del mercato, che sostituiscono i vecchi valori del secolo passato, e religiosi, lontani ormai dal loro vero credo; le ciminiere industriali; la crescita “violenta” della città legata all’abusivismo edilizio (“forte petomane/scritta dal diavolo/in spregio solenne dell'umanità”, Molto lontano, Paolo Conte); le catene gastronomiche; le violenze private.
La notte come un immenso vaso di pandora, pronto a trasbordare con il peso dei mali che ricadono sul mondo, che inghiottono tutto e tutti, le opere in generale e l’individuo in particolare, necessita di una forza maggiore che la aiuti a sorreggersi: due “encorvados tirantes”, metafora di un lavoro costante per la costruzione forse di un mondo migliore che parte necessariamente dall’io, dalla persona, per arrivare alla società.
Una notte vangogghiana dei nostri giorni , uno stile surreale caratterizza questo quadro dai toni pacati sfumati, interrotti dalla comparsa dei due tiranti, che irrompono violentemente nella scena notturna, marcando il senso della poesia di Borges (Insomnia, da L’altro, Lo Stesso), quindi con funzione di sostengno, di atlanti ferrei del moderno.
(D. P.)
Non manca certo un significato molto più intimistico (il più intimistico di tutti!), personale, autobiografico, legato proprio ad un determinato periodo, ad una lunga-breve notte privata.
giovedì 31 gennaio 2008
La sera viene ancora con le sue rondini

E' da poco uscita l'ultima raccolta di Gianni D'Elia, "Coro Dei Fiori". Degli eventi politici di questi ultimi giorni mi piace parlarne proprio con una delle nuove poesie del poeta pesarese:
La sera viene ancora con le sue rondini,
che nulla sanno del cambio del governo,
ma filano negli azzurri profondi
come se non ci fosse l'inverno...
Cos'è mai il balletto dei presidenti
in confronto a questi voli radenti
che girano la casa rigarrendo
e fanno dello spazio il loro tempo?...
Quanto tempo perso in quanti anni
dietro a speranze che furono inganni,
per quest'Italia che occupò la vita
di quella gioventù venuta a sera,
e per chi fu compagno di partita
il sol dell'avvenir fu notte nera?...
Fischiano ancora in strada Giovinezza
nel bel sole di giugno del Duemila,
e nel cuore rimane l'amarezza
che risuona un'Italia morta viva...
mercoledì 2 gennaio 2008
LA PAZZIA

La tempesta in cui siamo ha il nostro nome
(Gianni D’Elia)
Prima pagina: “ancora morti sulla strada”. Seconda pagina: “violenza negli stadi”. Terza pagina: “diciottenne si butta dal V piano”. Quarta pagina: “ancora mistero sul delitto familiare”.
“Non un giornale – ho pensato – ma un cimitero in fogli!”. E’ come se a governare fosse la pazzia.
«Non ci rendiamo conto
Che siamo tutti in preda
Di un grande smarrimento
Di una follia suicida.
E sento che hai ragione se mi vieni a dire
Che anche i più normali
In mezzo ad una folla
Diventano bestiali
E questa specie di calma
Del nostro mondo civile
È solo un’apparenza
Solo un velo sottile».
(Verso il Terzo millennio, Gaber-Luporini)
La pazzia, che si esplica nella totale convivenza di elementi di serenità quasi quotidiana (una poltrona, una televisione, un tavolo e una sedia sono elementi tipici di un nido familiare) ed elementi di violenza e di morte (la strada, il coltello, il cappio, il pallone da calcio).
“Si parla molto della follia contemporanea, del suo correlarsi all’universo della macchina e al venire meno dei rapporti affettivi diretti tra gli uomini. Questa correlazione non è certo fittizia, e non è un caso se il mondo patologico assume così di frequente, ai nostri giorni, l’aspetto di un mondo in cui la razionalità meccanicistica esclude il persistere della spontaneità della vita affettiva” (da Malattia mentale e psicologia, di M. Foucault).
Mi colpirono molto le parole del poeta Gianni D’Elia: «Gli italiani sono maleducati sentimentalmente. Perché, l’analfabetismo sentimentale e quindi la violenza, da dove viene? Viene dal fatto che uno non scava dentro di sé, non conosce niente di se stesso e quindi giudica gli altri e il mondo sempre da fuori» (dall’intervista Pasolini: morte italiana). Manca proprio quel rapporto di sentimento, di “sentire” tra “L’io e gli altri” (dall’omonimo saggio di R. D. Laing). Mai come ora è venuta a mancare la “pietas umanistica”. Come si spiegherebbe allora il filmare la tragica morte di una sedicenne marocchina, investita da un autobus, da parte dei compagni di scuola?
Ed ecco allora il ruolo educativo della poesia e quindi del teatro, del teatro che
«ci rinvia alla trascritta vita».
Questo spiega il “mio” teatro senza un pannello una parete di fondo, senza uno
sfondo ben delimitato, ma solo l’orizzonte, le montagne, il cielo, la realtà.
L’occhio della poesia e del teatro sulla realtà.
lo scrive, che cos’è il teatro, padre?»
«Eh, lingua orale della lingua orale
è il teatro, e come la lingua scritta
del cinema, ci rinvia alla trascritta
vita, che di se stessa è lingua orale,
rende il teatro presente la fitta
della vita, che si dà nel parlare,
parlare nel parlare e nel pensare…»
(da Trovatori, Gianni D’Elia)
domenica 25 novembre 2007
Finestra sulla realtà (2007)
Un paesaggio enigmatico viene presentato alla nostra vista, una rivelazione metafisica, una realtà distorta, ma allo stesso tempo sorprendentemente vera, attuale, pungente, emerge da questo dipinto come denuncia sottile nei confronti della società moderna. In un’epoca di pay tv, di telefoni cellulari, di assordante e fatua pubblicità che compie una sorta di assoggettamento dell'individuo alla norma imposta dai media, in un epoca di evoluzione, progresso, globalizzazione, ecco che si perdono i valori autentici della natura umana e semplicemente ci si adegua.
Viviamo in uno stato di non coscienza, che ci porta a dimenticare persino la piacevolezza, la bellezza della naturalezza. Così il canto soave degli uccelli viene sostituito dal fracassante rumore del traffico, il comignolo di una casa da pressanti e soffocanti ciminiere, e persino un fiore, coi sui suggestivi colori, profumi, sensazioni, viene soprafatto dalla modernità.
L'artista, allora distorce la realtà, attraverso cieli innaturali, attraverso la presentazione di un mondo in cui la natura cede il posto ad fiore che potremo definire transgenico. Un bicchiere accartocciato rappresenta il frutto seminato dall'uomo con il suo inquinamento; una lattina di coca-cola le conseguenze delle grandi industrie e multinazionali a livello ambientale, e
Finestra sulla realtà ricorda i "fiumi di carbone" del famoso Paesaggio di Baudelaire nei Quadri di Parigi, dei Fiori del male:
[...] E' così dolce dalle nebbie veder poi come nasce nell'azzurro la stella, la lampada alla finestra, quei fiumi di carbone che salgono su in alto e il pallido incantesimo che la luna ci versa. [...]
Un tramonto industriale e urbano, uno dei primi in poesia.
Ma ecco il tuo fiore mutante sul davanzale, che fiorisce l'artificiale sullo stelo, nel vaso con i simboli del detrito contemporaneo (carta, lattina, sigla dell'impero gastronomico omologato), contro i fumi di due ciminiere.
Mi attira la tua persiana scostata, un pò vangogghiana, nel suo verde-feritoia che lascia affiorare gli strati del mondo a salire: il grigio degli alveari umani, il marrone dei monti, il verde giallastro del cielo malato.
Le ombre dei vasi, col più piccolo che pare lo stecco d'alluminio di una antenna, dicono del tramonto della vita naturale.
giovedì 1 novembre 2007
PASOLINI: MORTE ITALIANA
Intervista a Gianni D’Eliadi Eugenio Alfano
L’eresia di Pasolini consiste in una continua interrogazione del dogma: un dogma economico o spirituale, confessionale, cioè storicamente determinato, con tutti i vizi che in Italia hanno segnato il condizionamento della libertà di pensiero e dunque della libertà esistenziale. Pasolini critica, appunto come un eretico, qualcosa in cui ha creduto e in cui non crede più:
Ho scelto poi come titolo del libro L’eresia di Pasolini, perché mi sembra che oggi il dogma economico e spirituale dell’umanità sia così devastante che porti così tanto male così tanta guerra, così tanta ingiustizia e anche menzogna, che questa figura dell’eresia ritorna una figura centrale.
Lei inserisce P. all’interno di un lungo filone definito “avanguardia della tradizione”, all’interno del quale P è solo uno degli ultimi. Cosa caratterizza questa linea poetica?
Leopardi ha agito all’interno di questa linea, ma sicuramente non è stato il primo. Il primo è Dante ma ce ne sono altri, come ad esempio Pascoli. Ma prendendo l’incrocio tra Dante Leopardi e Pasolini,questa continuità è dimostrabile con lo studio, con l’analisi testuale, con i rimandi continui, con i riferimenti che Pasolini stesso fa a Leopardi, soprattutto a quello de “La ginestra”, specialmente nel periodo giovanile in cui Leopardi è presentissimo anche come modello formale, soprattutto nelle poesie di “Roma
La morte di Pasolini è una morte tutt’ora oscura, ma che lei non ha esitato di rintracciarne i motivi nell’ultima fatica pasoliniana: Petrolio. Cosa si nasconde dietro questo romanzo “incompiuto”?
Dopo L’eresia di Pasolini scrissi, “Il petrolio delle stragi”, seconda parte, postilla de “L’eresia”, dove si parla soprattutto di “Petrolio”, di quello che dice: racconta cioè la strage di Stato e tutto il periodo delle stragi, dal delitto di Erico Mattei, precipitato con l’aereo nel ’62, al delitto di Pasolini stesso nel ’75. Seguo insomma le tracce del giudice Vincenzo Calia che ha depositato la fine della sua inchiesta, il quarto stralcio sul delitto Mattei, dicendo che è stato un attentato, avendolo anche dimostrato, ma che però ha dovuto archiviare perché in Italia vige il segreto di Stato. Il giudice collega il delitto Mattei, la scomparsa e quindi il delitto di Mauro De Mauro e il delitto di Pasolini, e cita Petrolio come fonte storica della sua inchiesta, dicendo che Pasolini ricopia almeno una trentina di pagine di un libro su Cefis, di uno pseudonimo tale Giorgio Steimetz, il quale sarebbe Corrado Ragazzino, che dirigeva l’agenzia AMI di Milano: l’altra faccia dell’onorato presidente Cefis. La vita di Cefis che Pasolini glossa e riscrive, è presa dal giudice in molte parti in cui dimostra per esempio, non so, che il piccolo servizio segreto privato di Cefis, cioè la società DAMA, rientra in Pasolini e diventa AMDA. Lui addirittura fa gli anagrammi e rovescia le sigle e anche da questo si può dedurre come il giudice avesse le fonti. Ma le fonti non si fermano qui, è questo che è inquietante. Cioè ha dimostrato il giudice che tra le carte di Pasolini, insieme a Petrolio, ci sono tre relazioni di Cefis con appunti scritti a matita non pronunciati nelle occasioni ufficiali nei quali sono stati fatti, e una parte del romanzo nella quale si parla proprio della storia dell’accumulazione del denaro al tempo della guerra (Cefis insieme a Mattei erano nella stessa divisione Partigiana Bianca repubblicana nella Val D'Ossola, mentre Pasolini poi l’ambienta in Brianza), e lì lui dimostra in qualche modo di sapere, ma questa parte di romanzo è sparita, ed è questo anche che io denuncio nel mio libro: Pasolini in alcune righe dice “rimando il lettore a quanto ho già detto su Bonocore (che poi è il nome di Mattei nel romanzo) e su Troya (Cefis nel romanzo)” e queste parti invece non ci sono. Rimando comunque il lettore al libro, all’interno del quale ho dimostrato che Pasolini stava addosso alla verità sulle stragi, al legame tra la politica e la guerra del petrolio italiano, tra petrolieri privati e petrolieri pubblici, quindi tra Cefis con
Quindi diciamo che ancora noi siamo con la menzogna su tutti gli anni ’70 e quindi Pasolini ci serve per chiedere la verità: devono togliere il segreto di Stato, perché gli italiani e soprattutto voi giovani, possiate sapere cosa è successo in Italia e avere un’idea della rovina di oggi. Questo momento che stiamo vivendo adesso di confusione politica grandissima deriva proprio dalla mancanza di verità in questo paese. Non c’è più un legame tra la politica e la cultura. Quindi l’anniversario della morte di Pasolini deve essere usato come denuncia di questo grande vuoto di verità che da quando la sua voce si è spenta in Italia è ancora più assordante.
Quindi Pasolini ci serve ancora molto perché la storia d’Italia non è compiuta, soprattutto non è svelata.
Pasolini e i giovani. L’occhio critico del poeta nei confronti dei giovani cambia radicalmente: si passa dai “ragazzi di vita” a quei “ragazzi che quando li incontri non sai mai se aspettarti un sorriso o una coltellata”. A cosa è dovuto questo cambiamento?
È dovuto a quella che Pasolini chiama, rispolverando Marx e
Quindi gli intellettuali, i giovani e gli studenti (per Pasolini gli studenti sono i giovani intellettuali) devono seguire questo impegno, anche se tutti dicono che l’impegno è una parola che non serve più. L’impegno di tutti i giorni, anche quando stiamo da soli, della verità. Quindi è chiaro che se vediamo una realtà italiana come questa dobbiamo cercare di usare questi strumenti pasoliniani, che sono poi Marx, Gramsci, tutta la linea della Sinistra migliore,
Nella sua ultima raccolta poetica “Trovatori” (edito Einaudi), in una poesia lei scrive: «Per lo più, sei così lontana dalla poesia,/che mi spaventa, cultura, la tua autìa,/la tua autosufficienza dal sentire…/e non tanto dalla poesia scritta,/ma da quella vissuta». Che ruolo dovrebbe avere per lei la poesia nella nostra società civile e politica?
La poesia dovrebbe avere un ruolo sentimentale, dovrebbe essere cioè l’educazione sentimentale degli italiani, che sono maleducati sentimentalmente, basta guardare il livello civile della discussione anche politica oggi a che livello è. Allora la poesia è una educazione sentimentale che fin dalle scuole elementari dovrebbe essere rafforzata, in tutti gli ordini e gradi delle scuole, fino ad arrivare alle superiori certamente, ma anche alle università: tutti dovrebbero conoscerla, studiarla e soprattutto dovrebbe essere insegnata come motivo di educazione sentimentale. Perché l’analfabetismo sentimentale e quindi la violenza da dove viene? Viene dal fatto che uno non scava dentro di sé, non conosce niente di se stesso e quindi giudica gli altri e il mondo sempre da fuori. Questo fatto della maleducazione di oggi è anche linguistica, ma soprattutto di sentimenti, di cuore: manca il cuore. E quando Pasolini dice “è cominciata l’era della fine della pietà”, l’era consumistica inaugura la fine dell’era della pietà, cioè vuol dire che la pietà che c’era prima, cioè la “pietas umanistica”, concetto secondo il quale l’uomo è più importante delle merci e di tutto il resto, si è persa. Si è persa perché nella cultura è passata l’idea che ciò che conta è il denaro e la merce e non è la persona. Infatti anche tutti i discorsi che si fanno sull’economia, sono discorsi dal punto di vista dell’economia e dal punto di vista della politica, ma non dal punto di vista umano.
Ha parlato di linguaggio, cosa pensa del “Vaffa-Day”?
Il turpiloquio, il Vaffa-day, può andar bene per 10 minuti, ma dopo stufa. A me stufa subito. Nel senso che, dopo tanti anni che l’unica parola che si trova per una protesta politica è quella, non vedo nessun progresso dal ’77, quando si sbagliarono gli slogan e addirittura vennero slogan di violenza e di morte. Ecco questo qui è uno slogan volgare e cretino secondo me, perché allora sarebbe meglio di dire invece di “vaffanculo” di trovare una parola giusta, di critica anche aspra, però giusta e che secondo me non è quella. Potrebbe anche essere il primo momento di urlo di protesta, ma non da uno che la teorizza e poi la spartisce agli altri. Ma soprattutto sono i contenuti di questo generico, diciamo, stato di polizia, perché ad esempio ci sono molte ambiguità sulla legalità: la legalità va bene, ma lo stato di polizia quando incominciano a parlare anche dei ROM che tocca farli fuori, allora no, anche Grillo mi pare. Si mescola oggi un qualunquismo degenerato perché è tutto saltato, non c’è più la cultura, soprattutto di sinistra, la cultura di sinistra ha abdicato totalmente e non c’è più una cultura in Italia in grado di combattere questa cultura devastante, fatta di qualunquismo, di parolacce, di generico protesta, mai di impegno magari determinato anche a fare qualcosa, non di dire sempre “no”, ma anche provare a costruire insieme qualcosa.
Senza una cultura politica, una pratica politica, non è possibile…su questo credo e insisto tanto. Oggi la pratica politica è debole ed è del tutto insufficiente perché la cultura politica è ristretta ed è di prosa, facciamoci entrare un po’ la poesia.