venerdì 9 maggio 2008

RINO GAETANO E IL VIAGGIO NEL SUD

Un'amica mi ha chiesto di scriverle qualcosa su Rino Gaetano e il suo rapporto con il Sud, qualcosa che spiegasse il senso del "viaggio" nelle sue canzoni....



Capire Rino Gaetano (1950-1981) e il rapporto tra le sue canzoni e il Sud, presuppone necessariamente la conoscenza delle sue origini.

Il cantautore nasce a Crotone nel 1950, ma si trasferì a Roma a dieci anni per motivi di lavoro dei genitori. Il trasferimento nella Capitale e il futuro successo non cambiano però il giovane Rino, che resta saldamente ancorato alle sue radici. Dimostrazione di ciò è il fatto che in ogni suo album è presente il richiamo al Sud, al mare, alla Calabria; basti pensare a “Ad esempio a me piace il Sud” e “Agapito Malteni il ferroviere” (1974), “Cogli la mia rosa d’amore” e “Al compleanno della zia Rosina” (1976), “Fontana chiara” (1977), “E cantava le canzoni” (1978), “Anche questo è Sud” (1979) come canzoni edite. Nel 1967 (all’età di soli 17 anni) scrive “La ballata del meridionale trapiantato”, una delle sue prime composizioni che parlino del Sud e fortemente autobiografica.

Il Sud diviene luogo delle sensazioni, dell’anima, ma al tempo stesso luogo di contraddizioni sociali, di eterni problemi, primo fra tutti l’emigrazione.

Viaggio simbolico.

In Ad esempio a me piace il Sud R. G. descrive le suggestioni paesaggistiche nelle quali si anima un mondo contadino ancestrale (“Camminare con quel contadino/Che forse fa la stessa mia strada/
parlare dell'uva”), ricco di tradizioni arcaiche (“la donna nel nero nel lutto di sempre”), di dure realtà e di disuguaglianze senza tempo (“parlare del vino/che ancora è un lusso per lui che lo fa”).
E’ un luogo dell’anima, attraverso il quale ripercorrere i simboli “pascoliniani” e le sensazioni della sua infanzia attraverso le verità agro-dolci del Meridione. Sembra che emerga un’immagine, un dipinto impressionista: “Ad esempio a me piace la strada/col verde bruciato, magari sul tardi/macchie più scure senza rugiada/coi fichi d'India e le spine dei cardi”. Stesso tono e significati usati in altre due bellissime canzoni: Cogli la mia rosa d’amore e Anche questo è Sud. Nella prima è proprio il Sud che si rivolge ad un fotografo, chiedendogli di fotografarne non solo le contraddizioni ma anche le bellezze (“Cogli la mia rosa d'amore/regala il suo profumo alla gente/cogli la mia rosa di niente”): anche qui il cantautore ritorna con la mente ai simboli e alle tradizioni di paese (“Cogli i muri bianchi di calce /la festa del Santo il giorno del pianto”). Nella seconda è come se ritornasse nei luoghi dell’infanzia e descrive il tutto con un linguaggio più poetico ed espressionistico: “vecchi gozzi alla deriva si preparano alla pesca/con le reti rattoppate nella stiva /l'onda avanza a passi nani agonistica col molo/mentre il vento già scommette coi gabbiani//E’ il crepuscolo sul mare rosso il cielo va a brunire/e qualcuno si avvicina alle lampare”.
Infine la strumentale Fontana chiara, le cui uniche parole sono “Fontana chiara/un poco dolce un poco amara”: pochissime parole (quasi una poesia ermetica) per esprimere le bellezze e le contraddizioni del Meridione.

Emigrazione.

Un tema che sta a cuore al cantautore calabrese, figlio egli stesso di emigranti. Fortemente autobiografica infatti è una sua canzone inedita mai incisa: La ballata del meridionale trapiantato (“Sul mare sei nato tu in una città del Sud/la lasciasti un giorno e poi non ci sei andato più”). La mancanza della sua terra natia era troppo forte e quindi quando poteva tornava:“Molti amici avevi tu solo pochi son rimasti/tutti gli altri son partiti ora non ci sono più//Ma come ricordi bene/molti ricordano il borgo natio/non certo come fai tu”. Questo senso di diversità del suo amore per il Sud, lontano dall’oleografia e dai luoghi comuni degli emigranti è espresso nel ritornello di Ad esempio a me piace il Sud: “Ma come fare non so/Si devo dirlo ma a chi /Se mai qualcuno capirà/sarà senz'altro un altro come me”.

«Ho fatto vari pezzi che parlano della emigrazione, ma ho sempre inserito questa piaga nel più vasto e alienante concetto dell’emarginazione e soprattutto non ho mai dipinto l’emigrante nella solita e trita iconografia (occhi lucidi, valigia di cartone e mamma in nero) cercando di cogliere maggiormente il travaglio dei suoi stati d’animo e dei suoi affetti» (R. Gaetano). Anche l’emigrante (e lo stesso cantautore quindi) guarda al Sud lasciato come un ritorno alle radici, ai ricordi, agli affetti. Ed è questo il senso di E cantava le canzoni: protagonisti del brano sono l’emigrante, il mercenario e il produttore. Tutti hanno in comune il fatto di lasciare il Sud (“E partiva l'emigrante e portava le provviste/due o tre pacchi di riviste”, “E partiva il mercenario con un figlio da sfamare/e un nemico a cui sparare”, “E partiva il produttore con un film da girare/e un azienda da salvare”), e per sentire meno la lontananza da casa e dalle donne cantavano le canzoni che sentivano sempre quando erano al mare. Per il ritornello il cantautore usa il dialetto per confermare il suo rapporto con il Sud e con le proprie origini (“E cantava le canzoni/che sentiva sembre a lu mare”). Il brano ricorda molto Il porto di Livorno del cantautore livornese Piero Ciampi, ammirato e stimatissimo dallo stesso Gaetano, il quale considerava tra l’altro la Calabria come la sua seconda casa (assidue erano le sue vacanze estive nella Regione Meridionale).

Un richiamo all’emigrazione è fatto anche in Cogli la mia rosa d’amore: “Cogli il suo figlio in Germania/la miniera il carbone a Natale verrà”. E’ il dramma delle famiglie meridionali che vedono partire i propri figli in cerca di fortuna e che aspettano le festività per poterli riabbracciare.

Brano sull’emigrazione è infine Agapito Malteni il ferroviere (“Agapito Malteni era un ferroviere/viveva a Manfredonia giù nel Tavoliere”). E’ la storia tragica e commovente di questo ferroviere che stanco di vedere la propria gente partire, lasciare il “suo paesello”, emigrare in cerca di lavoro, abbandonando i propri campi per andare a lavorare in miniera o in fabbrica (“lasciando la sua falce/in cambio del martello”). Quindi decise di ribellarsi e pensò di manomettere la locomotiva (“Una tarda sera partì da torre a mare/doveva andare a Roma e dopo ritornare/pensò di non partire o pure senza fretta/di lasciare il treno a Barletta”). Nel personaggio di Agapito Malteni si legge la figura dell’antieroe, del ferroviere ben diverso dal protagonista anarchico de La locomotiva di Guccini, che lancia la sua locomotiva come una bomba contro le ingiustizie e le disuguaglianze.

BIBLIOGRAFIA

- Silvia D‘Ortenzi, Rare tracce (2007)

- Massimo Cotto (a cura), Ma il cielo è sempre più blu (2004)

- Alfredo del Curatolo, Se mai qualcuno capirà Rino Gaetano (2004)